LAVORI IN CORSO
…Ma anche no, vediamo…Chiusura momentanea dovuta ad Innamoramento, Lavoro, Delusione, Età Adulta sorprendentemente giunta….e soprattutto Cazzi Miei. See You Later…Bully4You!
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Il governatore della Carinzia è uscito di strada nella notte nei pressi di Klagenfurt mentre era alla guida
VIENNA - Il leader del partito austriaco di estrema destra Bzoe e governatore della Carinzia, Joerg Haider, è morto in un incidente stradale.
L’INCIDENTE - Haider, 58 anni, all’alba stava guidando la sua auto ufficiale presso Lambichl, a sud di Klagenfurt, capitale della Carinzia di cui era governatore, allorché ha compiuto un’improvvisa sterzata nel corso di un sorpasso andando a cozzare contro un altro veicolo; quindi ne ha perso il controllo ed è uscito violentemente dalla carreggiata, dopo essersi ribaltato diverse volte.
La vittima non è morta sul colpo, ma ha riportato lesioni gravissime alla testa e al torace, alle quali non ha infine retto. In giornata avrebbe dovuto partecipare a una riunione di famiglia per festeggiare il novantesimo compleanno della madre
CHI ERA - Haider guidava la Bzoe, l’ultra-nazionalistica Alleanza per il Futuro dell’Austria, che alle recenti elezioni parlamentari, in agosto, aveva condotto a triplicare i consensi, facendole raggiungere il 12% nell’ambito di una generale affermazione dei partiti più conservatori. Considerato il politico maggiormente noto del suo Paese nel secondo dopoguerra, fra gli anni ‘80 e ‘90 aveva trasformato il piccolissimo Fpoe, il sedicente Partito Liberal-Democratico in cui era entrato nel ‘77, in un vero e proprio fenomeno anche sotto il profilo sociologico. Nel 2000 Haider riuscì infatti a traghettare la propria creatura al governo centrale, concludendo un discusso patto di coalizione con il tradizionalistico Partito Popolare, e ciò procurò a Vienna critiche da ogni parte, e persino le sanzioni dell’Unione Europea per una piattaforma programmatica dalle venature marcatamente xenofobe. L’alleanza con i centristi non resse, e nel 2002 la crisi dell’esecutivo sfociò in un voto anticipato che sancì un pesante ridimensionamento dell’Fpoe; a lungo in lotta con gli avversari interni, messo poi da parte, Haider se ne andò sbattendo la porta e tre anni più tardi fondò la Bzoe, che nel 2006 esordì alle urne racimolando appena il 4 per cento dei suffragi. Cavalcando il disagio di molti connazionali per i problemi creati dalla crisi economica e dall’immigrazione, abile nello sfruttare i mass media, cultore dell’immagine (era sempre abbronzatissimo, e si dilettava nel farsi ritrarre in foto talora anche accattivanti: come quella, celebre, in cui offriva un cucchiaio di miele a un gigantesco orso bruno), l’estremista carinziano degli anni giovanili dimostrò di aver appreso pienamente l’insegnamento di tanti anni di gavetta e di confinamento ai margini, arricchendo di sempre nuove mosse il proprio naturale talento per la politica, e spuntando alla fine un nuovo successo: l’ultimo della carriera, e della vita. (fonte Corriere della Sera)
OK…CHI E’ STATO? DAI, CHE NON HO VOGLIA DI PERDER TEMPO…
I partigiani contestano il kolossal di Spike Lee «C’ è un falso storico»
PIETRASANTA (Lucca) - Attacchi dai partigiani al film di Spike Lee. Presentato in anteprima al Festival di Toronto e poi passato a Deauville, la pellicola sull’ eccidio nazista di Stazzema, Miracolo a Sant’ Anna, suscita polemiche in Italia dove alcuni esponenti dell’ Anpi accusa il regista di «falso storico». Nella pellicola si ipotizza che la strage di civili sarebbe stata causata dal tradimento di un partigiano e dalla mancata cattura del suo comandante da parte delle SS. In un carteggio con il sindaco di Stazzema e con l’ assessore alla cultura della Regione Toscana Paolo Cocchi, le sezioni Anpi di Pietrasanta e Massa contestano la ricostruzione dei fatti rappresentata da Spike Lee. «Noi non mettiamo in dubbio - scrive il presidente della Sezione Lombardi dell’ Anpi di Pietrasanta Moreno Costa - il valore artistico e l’ impegno civile del regista, ma riteniamo che il contenuto del film, sia pure involontariamente, finirà per avvalorare la tesi che attribuisce pesanti responsabilità ai partigiani, alimentata da chi ha interesse ad una revisione storica faziosa ed a denigrare la Resistenza». Minimizza l’ assessore regionale alla Cultura Cocchi che si dice sicuro che «Spike Lee ci darà un racconto emozionante e bello su quelle tragiche vicende». «Proporrei quindi - scrive - di cogliere l’ occasione dell’ uscita del film per ricordare a tutti la “verità storica” sulla strage di Sant’ Anna, ma con animo aperto e senza contrapposizioni che, mi pare, non servirebbero alla causa dei valori in cui tutti noi crediamo». Così Spike Lee a Toronto aveva parlato del suo film che ha tra gli interpreti italiani Pierfrancesco Favino e Valentina Cervi: «Il mio lavoro non si basa solo sui caratteri dei soldati di colore della 92ª divisione Buffalo dell’ esercito Usa o sulla ricostruzione della strage di Sant’ Anna di Stazzema, avvenuta in Toscana il 12 agosto 1944 quando le SS uccisero 560 civili inermi. Ho voluto trasportare sullo schermo il libro di James McBride, autore anche della sceneggiatura, che scava negli animi, nelle reazioni e azioni delle parti, nelle lacerazioni di ogni idealismo».
R. S
(13 settembre 2008) - Corriere della Sera
Al popolo americano certe cose non le puoi spiegare. Storicamente, perfino durante la Guerra d’Indipendenza, non si è mai trovato nella condizione di dover ricorrere alla guerriglia…anzi…si è spesso trovato, da invasore, ad avversarla…ad esserne sconfitto…La guerriglia è pane per oppressi, per disperati, non puoi chiedere ad uno yankee di comprenderne le dinamiche…
E’ uno dei film più belli che abbia mai visto….non è per tutti, è lento come una Panda che scala il Sestrières, ma ogni languido fotogramma di questa pellicola lascia un’ impronta, una cicatrice nella memoria…
Intervista di Maria Teresa Meli ad Arturo Parisi: «Veltroni sembra Totò quando lo schiaffeggiano: pensa che le sberle degli elettori siano per Prodi»ROMA - Arturo Parisi va avanti nella sua battaglia. Anche dopo il diverbio con Veltroni. E dopo le accuse che gli hanno lanciato, eccezion fatta per Marini che lo ha riconosciuto come un avversario interno autorevole benché «ruvido». Quindi Parisi non lascia. Anzi raddoppia e chiede le dimissioni del segretario.
Professore, la vicenda dell’altro ieri è chiusa?
«Quel che è avvenuto è gravissimo, ma era esattamente quello che purtroppo mi attendevo, però, per “tranquillizzarli”, voglio dire che non mi arrenderò: continuerò la mia battaglia per la legalità nel partito. Il Pd è stato attraverso l’Ulivo l’obiettivo della mia vita. No. Non facciano conto sulla mia resa».Che cosa avrebbe voluto sentire da Veltroni?
«Mi auguravo che, invece di assumere nientemeno che a spartiacque la lettera di Berlusconi a Schifani, confermando la subalternità del governo ombra al calendario e all’agenda del governo sole, ci annunciasse che la campagna elettorale era finita e con essa l’inevitabile menzogna che è implicita nella propaganda, e che era iniziata finalmente la stagione della verità, il momento di prendere sul serio la risposta degli elettori».E invece niente.
«Dicono che seppure dopo due mesi questa volta Veltroni abbia riconosciuto la sconfitta. Quale riconoscimento? Al massimo la sua è stata l’inevitabile presa d’atto della sconfitta elettorale. Nulla ci ha detto invece sulla sconfitta politica, niente su Roma, sulla Sicilia, sulle altre amministrative, che dalla Sardegna alla Val d’Aosta sono state anch’esse un disastro: ci ha detto di più sulla sconfitta delle amministrative del 2007. Mi sembrava di essere nella gag di Totò».
Scusi!?
«Sì, quella in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride. Tanto che quello gli chiede: “Ma come, più io ti meno più tu ridi?” E Totò gli risponde: “E che sò Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a finire”. Veltroni è così: pensa che gli schiaffi che gli han dato gli elettori siano sempre diretti al governo Prodi. E in questo modo siamo arrivati al ridicolo di un Pd che continua a presentarsi come partito a vocazione maggioritaria, mentre in Sicilia prende il 12,5 per cento».Che avrebbe detto se avesse preso la parola all’Assemblea?
«Avrei detto che il problema non è la sconfitta elettorale. Quella era inevitabile. E’ stata scelta a tavolino nel momento in cui abbiamo deciso di alleggerirci dall’ossessione della quantità delle risposte. Ma il fatto è che non l’abbiamo sostituita con la qualità della proposta».
Si riferisce alla separazione dal Prc?
«Si, per la quantità, alla separazione consensuale con Bertinotti. Ma senza la qualità Veltroni non ha vinto e non vincerà domani né dopodomani. E’ questo che fa delle elezioni un fallimento totale».Non le sembra di essere troppo duro, Professore?
«Serio, non duro. Sì. Lo riconosco. Ho difficoltà a riconoscermi nel clima zuccheroso, buonista e sorridente che ha da sempre caratterizzato la leadership veltroniana. Non avevamo bisogno di Tremonti per riconoscere che il tempo presente è dominato dalla paura. Questo Veltroni ieri lo ha riconosciuto. Quello che tarda a comprendere sono gli elettori che quando ci vedono sorridere non riescono proprio a capire cosa abbiamo da ridere. Ci sono state stagioni nella quali “pensare positivo” era di moda, e bastava copiare alla lettera gli slogan e le forme della propaganda americana. Questa è invece una stagione nella quale c’è bisogno di una guida e di un pensiero che sia almeno serio, se non forte, e comunque nostro».E quale «pensiero serio» formulerebbe su questo Pd?
«Diciamo che questa è la premessa che mi costringe a riconoscere che purtroppo la formula che finora ho usato non è più sufficiente. Mi illudevo di poter distinguere la leadership dal leader e perciò chiedevo a Veltroni di cambiare linea. Sono passati due mesi pieni e di fronte ai ripetuti avvertimenti che ci vengono dagli elettori e dall’interno del partito la linea non è cambiata. E’ evidente allora che a questo punto bisogna cambiare leader».Che le importa di chiedere che Veltroni se ne vada, visto che dicono che lei uscirà dal Pd e fonderà un suo movimento?
«Si illudono: devono provare a cacciarmi. Non sarò io ad andarmene. So che è questo il loro sogno. Troverò il modo di tenerli svegli. E’ bene che ricordino che il Pd è stato per me (come per molti) il mio partito molto prima che per loro».Quindi, cambiare leader. Non lo chiede nessuno, però.
«La passione per il Pd mi impone come dovere morale di dire in pubblico quello che quasi tutti dicono in privato. Anche a costo di fare la parte del bambino che dice “il re è nudo”. Quello che mi scandalizza di più è la slealtà verso Veltroni: preferiscono tutti tirare di fioretto, ferirlo di punta, mettendo nel conto che l’avversario si dissangui a poco a poco. Ma così si dissanguano anche il Pd e la democrazia italiana. E’ per questo che son stato d’accordo con Veltroni che voleva aprire la fase congressuale. Apriamola, dissi, per capire chi siamo e dove andiamo. Purtroppo, però, il rifiuto è stato corale. In molti preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità. Più tempo passa, più credo nella regola secondo la quale chi perde va via, senza tragedie, per evitare che la crisi di una leadership si trasformi nella crisi del partito». (intervista ripresa dal Corriere della Sera)
Bee Hive
Sometimes They Come Back