ESSERE COMUNISTI OGGI...
...se ce n'è ancora qualcuno...
di LUCIANO CANFORA (la Rinascita)
Il fatto grave, e in certo senso epocale, che sta per prodursi nel panorama politico italiano è la integrale cancellazione, nel principale erede del Pci, delle radici, cioè del nesso con la propria ascendenza comunista. Da destra qualche osservatore acuto lo ha già rilevato, ovviamente con compiacimento. Date le dimensioni e le responsabilità che il partito Ds ha finora avuto, il passo che sta per compiersi rischia di "schiantare" la sinistra come tale. E' del resto più che emblematico il fatto che il fu partito Democratico della sinistra stia per diventare partito Democratico, e basta.
Certo, le denominazioni contano fino a un certo punto, ma qui è in gioco la sostanza. La fusione dei Ds con un partito di centro (la Margherita) sposta al centro tutto l'asse politico italiano. Di qui la necessità che si ricomponga, a sinistra, una forza consistente e chiara. Di sicuro un contributo lo stanno dando i socialisti, che cercano di riunificarsi per rivendicare, appunto, il valore non obsoleto del socialismo.
I comunisti non possono rimanere spettatori compiaciuti delle proprie ragioni, né continuare a ragionare in termini di possibile crescita elettorale della singola formazione partitica. Debbono promuovere già con l'imminente congresso l'aggregazione a sinistra di cui il nostro paese ha bisogno come contrappeso alla omologazione moderata.
Dunque si dovrà non solo parlare apertamente delle necessità del momento rivolgendosi ai comunisti di Rifondazione (che dovranno pur uscire dalla situazione "provvisoria" cui il loro nome li inchioda) nonché a quanti dei Ds si terranno fuori dal Pd, ma, al tempo stesso, proporre all'intera sinistra, socialisti inclusi, di dar vita ad un programma comune e, appena possibile, ad una aggregazione. Il "temario" del programma non dovrà essere né verboso né pretensioso, ma essenziale. Intanto converrà ricordare che grandi questioni sono sul tappeto, quantunque si preferisca ignorarle, quasi che si tratti di flagelli "naturali". Due esempi. Morti sul lavoro e costo scandaloso della politica e del ceto politico. Se porvi rimedio non è facile, parlarne è il primo passo necessario. Ed è anche un modo sano di suscitare una mobilitazione in vista di risultati concreti. Il fatto è che la grave e talvolta micidiale insicurezza sul lavoro dipende, tra l'altro (non unicamente) dall'arruolamento facile dei "senza diritti". Dunque, oltre alla necessità, messa bene in luce da Luciano Gallino nei giorni scorsi, di intensificare da subito i controlli e di approvare e rendere operativa in tempi rapidi e non millenaristici la legge che il governo ha preparato su questo tema, è indispensabile dare pienezza di diritti politici e sociali ai lavoratori che giungono dai mondi della miseria e che costituiscono un insperato, inesauribile, prezioso e per giunta vilipeso "esercito di riserva". Affrontare alla radice la nuova e lancinante ingiustizia è un compito cui i comunisti di un paese cosiddetto "occidentale-avanzato" dovrebbero consacrare la loro intelligenza e la loro azione. L'altro tema, di norma pudicamente definito "i costi della politica", altro non è che l'irruzione del mercato nella politica, per usare una definizione dovuta ad un non-comunista che per troppo breve ora fu inquilino del "pantheon" del Pds, Norberto Bobbio. Tutti sappiamo che l'adorazione feticistica del mercato ha conquistato larga parte del ceto politico italiano quantunque diviso in centrodestra e centrosinistra. E' urgente far comprendere cosa significhi e cosa comporti il grave snaturamento in direzione mercantile del meccanismo elettorale: le "libere elezioni", antico cavallo di battaglia della guerra fredda, sono giunte al capolinea della loro evoluzione storica. E' compito dei comunisti da un lato parteciparvi nelle migliori condizioni possibili e sfruttare ogni spiraglio che l'attuale assetto di potere eventualmente offra ma contemporaneamente spiegare senza sosta di quale "mercato" effettivamente si tratti.
L'asservimento del lavoro dipendente e l'occupazione della pratica elettorale da parte dei più ricchi sembrano aspetti particolari ma vanno al cuore dell'assetto capitalistico del tempo nostro. E' tempo, dopo la scomparsa del socialismo reale, fallito anche per le sue contraddizioni e ingiustizie, di trovare nuove strade. C'è spazio e ci sono compiti molto seri (non facili e sicuramente anti-demagogici) per i comunisti di oggi.
Il Congresso nazionale dei Comunisti italiani, al di là delle facili ironie degli avversari, dovrà proporsi come compito principale di avviare in tempi brevi la costruzione di un programma comune della sinistra.

Mentre ciò che resta del PCI-PDS-DS è impegnato in approfondimenti sulla propria dissoluzione nel neocentrista Partito Democratico di Fassino e Rutelli, magre sono state le celebrazioni al cimitero di Roma sulle ceneri di Gramsci che ispirarono Pasolini.
ROMA - "Se 'loro' vogliono tenersi buono Berlusconi, vorrà dire che l' antifascismo lo difenderemo noi". Dove 'loro' sono quelli del PD e 'noi' tutti quanti ne stanno fuori, alla sua sinistra. Oliviero Diliberto, leader del PdCI, è reduce da un incontro "molto positivo" con Abu Mazen, "sa di aver incontrato la forza più filo palestinese che ci sia", informa Diliberto che domani va al congresso con un obiettivo strategico: riuscire ad unire tutta la galassia della sinistra esterna al PD.
Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i princìpi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l'uguaglianza, la giustizia, la democrazia. Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila, tra cittadini e lavoratori, deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila militari internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione. Da quella lotta, che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa, nacque la nostra Costituzione. Una Costituzione ancora attuale e vitale, fra le più avanzate tra quelle esistenti, non a caso difesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno scorso, quando si cercò di snaturarne la sostanza ed i valori. Ma, a sessantadue anni dal giorno della Liberazione, l'Italia sta correndo nuovi pericoli. Non può essere, infatti, sottaciuto l'allarme per una ripresa del terrorismo, un nemico da sempre della democrazia e delle libertà, che ha sempre visto in prima fila per sradicarlo le forze democratiche antifasciste. Permangono, d'altro canto, ancora oggi, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i "repubblichini", sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati contro il nazifascismo a cui dobbiamo in Europa la distruzione del regime del genocidio: un modo per intaccare le ragioni stesse fondanti la nostra Repubblica. Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE, anniversario della Liberazione, assume il valore di una ricorrenza non formale.
"Seguirò il consiglio di Massimo D'Alema che mi ha chiesto di risparmiarvi i 'commiati drammatici', ma credo, dopo 40 anni dedicati a questo partito di avere diritto di parola".



































































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